-Non comprendo una cosa, nonno-, inizia Cristina dopo essersi seduta e aver riattivato il registratore.
Dopo che siamo tornati dalla spiaggia ha passato quasi un’ora ad esaminare il sigillo papale di cui le ho parlato e le copie degli editti del tempo, che io stesso ho redatto per Papa Adriano prima e per Papa Leone poi.
-All’inizio del tuo racconto mi descrivevi nel dettaglio episodi specifici, scene della tua vita quotidiana, a Troia, in Egitto, a Sparta. Ora sembra che tu stia riassumendo. Mi racconti molto in poco tempo, non entri in dettagli. Come mai?-
Ci troviamo sul grande terrazzo che fa da tetto alla casa. Per metà è il dominio di mia moglie perché vi stende i panni e vi dispone i telai per essiccare frutta e ortaggi, nella migliore tradizione siciliana. L’altra metà del grande spiazzo dalle balaustre di pietra intonacate di bianco è la mia delizia. Un tavolo e delle sedie a sdraio di legno, tutto sovrastato da un grande ombrellone di tela bianca. E’ il luogo dove mi ritiro quando non lavoro nello studio, dove organizzo i miei scritti, gli articoli che scrivo per alcune riviste universitarie. Il guadagno mi interessa poco, ho più soldi di quanti se ne possano spendere in due vite, ma quel lavoro è un piacevole diversivo nella monotonia di molte giornate.
-Una domanda pertinente, Cristina. Effettivamente, quanto ti parlavo del mondo antico, mi dilungavo di più su fatti e dettagli. Il fatto è che man mano che passavano i secoli, l’umanità sviluppava nuove conoscenze, i popoli progredivano, la tecnologia faceva balzi in avanti sempre più grandi. Questo ha comportato una sorta di accelerazione degli eventi. Nel mondo antico, almeno nell’area mediterranea dove sono nato e vissuto, poche grandi civiltà si crebbero lentamente e diedero origine agli eventi di quella parte di mondo. Quando iniziò il Medioevo, sia l’Europa che l’Asia erano già suddivise in molti domini differenti, e ognuno di essi viveva la sua Storia. Come un motore genera energia per far muovere una moltitudine di altri organi meccanici, così questo moltiplicarsi di regni a se stanti dava una nuova spinta al corso degli eventi.-
-Credo di capire. I poteri forti erano comunque limitati. Il Papato, l’impero di Carlo Magno, l’impero bizantino. Non hai sentito il desiderio di farne parte, di essere determinante per queste entità politiche e militari?-
-Avrei potuto, ma non ho voluto-, rispondo seriamente riflettendo sulle parole da usare. -Fin dalla fine del periodo repubblicano di Roma e dell’avvento dei Cesari, i dominatori che i sono spartiti il potere nel mondo occidentale non si curavano più dello sviluppo della civiltà di cui erano a capo, ma solo delle conquiste militari e politiche, senza contare i benefici personali. Giulio Cesare, Ottaviano, i Papi e lo stesso Carlo Magno. Nessuno di loro si erse a difesa della cultura del proprio popolo come fecero i faraoni, i re-filosofi greci e i re babilonesi, tanto per citarne alcuni. Forse, solo re Arthur si avvicinò a questo modello di sovrano ideale, con il suo codice cavalleresco e la sua feroce lotta contro l’invasione straniera della Britannia. Ritengo sia anche merito suo se la cultura celtica non sia stata annientata e abbia potuto giungere fino ai giorni nostri.-
-In effetti è vero-, concorda mia nipote. –Quindi deduco che non sei più stato parte di nulla. Non hai più contribuito a tramandare il sapere come avevi fatto un tempo.-
-Gli Archivi Vaticani sono stati la mia ultima grande impresa, almeno fino alla guerra d’indipendenza americana.-
-Ora corri troppo. Torniamo a quando lasciasti Leone III nelle mani di Carlo Magno.-
Nel momento stesso in cui re Carlo mi espose il suo piano per riabilitare il Papa e togliere di mezzo i suoi oppositori, capii che era il momento per me di andarmene. Evidentemente, quello era stato l’evento che segnava la fine del mio tempo al servizio dei papi di Roma.
-Vi auguro di riuscire nel Vostro intento, Maestà. Papa Leone è un grand’uomo, come lo era stato il nostro comune maestro Adriano. Non lasciate che delle infide vipere lo divorino e consegnino Roma all’oriente.-
-Perché parli in questo modo, Callisto? Tu non verrai a Roma con noi?- mi domandò il re accigliandosi.
-No, maestà. Nel momento in cui ho ripreso in mano questa spada ho fatto una scelta e mi sono ricordato che ho una missione da compiere. I signori di Roma non hanno più bisogno di me e quindi parto.-
-Dove andrai? Potresti restare al mio servizio. Dio solo sa di quanto io abbia bisogno di uomini del tuo valore, specie dopo che il mio fedele Orlando è morto.-
-La mia presenza è richiesta altrove, Maestà, ma comunque Vi ringrazio. Ora, a proposito di Orlando…- Fu allora che gli parlai del vero destino del suo primo cavaliere. Rimase molto addolorato da ciò che sentiva e quando ebbi finito di narrargli cosa era successo, senza dire una parola si allontanò piangendo.
Me ne andai quel giorno stesso ma non mi diressi subito a nord. Mentre viaggiavo verso la terra dei Franchi assieme a Leone, pensai al caos che regnava nel mondo e mi trovai a pensare al fatto che i miei cimeli, nella gratta accanto a Tiro, non erano più al sicuro. Dovevo trovare un altro luogo per il mio tesoro di ricordi. Decisi quindi di dirigermi nuovamente verso oriente e di andare a recuperare le mie cose… e le mie ricchezze, e trasportarle in un luogo più sicuro. Sapevo che avrei sfidato la forza soprannaturale che mi spingeva a nord, ma speravo anche che fosse clemente e mi lasciasse il tempo di portare a termine quel compito. Incredibilmente, nessun senso di disagio o dolore fisico mi assalì, segno che era un sintomo delle mie intenzioni e non dei miei spostamenti. Pareva che quelli che stavano in alto, chiunque essi fossero, ritenevano necessario che io mettessi al sicuro i miei averi e i miei ricordi.
Ne approfittai e visitai la famosa Bisanzio, la vecchia Costantinopoli, capitale dell’impero romano d’oriente, ora bizantino. La città era grande e non assomigliava affatto a Roma o agli altri abitati occidentali. Alcuni elementi architettonici di origine latina ricordavano chiaramente il suo passato romano ma quella città portava in se molto di nuovo, influenze diverse di culture assai differenti tra loro. La mia terra natale si era sviluppata molto in mia assenza e per la prima volta, dopo secoli, mi ritrovai a pensare con nostalgia a Uruk, la mia città natale ora scomparsa. Ricordavo alla perfezione ogni linea del volto di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli e sorelle, e questo mi dava sollievo. Una mia paura nascosta era quella di poterli dimenticare con il tempo.
A Bisanzio, in definitiva, trovai civiltà e fu li che decisi di assoldare delle guardie carovaniere per trasportare le mie ricchezze. Selezionai quattro uomini, uno ad uno, in modo piuttosto severo. Non volevo avere intorno dei delinquenti, vista la natura del carico. Li pagai il doppio del normale e un altro premio li avrebbe attesi alla conclusione della missione. Per dissipare ogni curiosità, dissi subito loro che avremmo trasportato oro, argento e manufatti preziosi. Li misi anche in guardia, facendogli passare la lama di Uragano sotto il naso. Se qualcuno provava a rubare qualcosa, lo avrei ammazzato io personalmente, senza neppure pensarci.
-Eri davvero attaccato al denaro!- scherza Cristina.
-In verità di quello mi importava poco. Se anche mi avessero rubato l’oro e l’argento non mi sarei strappato i capelli per la disperazione-, le rispondo con noncuranza. -Erano gli oggetti del mio passato che mi stavano a cuore. Perdere quelli sarebbe stato come morire per me.-
-Si dimostrarono affidabili?-
Acquistai anche un grande carro in buono stato e ci mettemmo in viaggio. Non riconoscevo più l’abitato di Tiro, che ora veniva chiamato anche con altri nomi in altre lingue. La mia antica fabbrica di birra era in rovina ma non mi ero certo aspettato di trovarla ancora in attività. Girammo intorno alle mura della città e ci dirigemmo ad est, verso le colline. Ritrovai immediatamente la grotta del mio tesoro e misi subito gli uomini al lavoro. Tutti gli oggetti e i documenti erano ben conservati, avvolti in morbide pelli e tele cerate. L’oro, l’argento e le pietre preziose erano sempre le stesse. Mentre caricavano tutto il tesoro sul carro, individuai immediatamente i due uomini più inaffidabili, i quali avevano già cercato di infilarsi un paio di gemme nelle tasche. Non mi stupii. Sarebbe stato davvero strano se fossero stati tutti onesti. Mentre ci rimettevamo in viaggio con il prezioso carico stavo pensando a come smascherare i due e punirli. Potevo ucciderli senza pietà, dando in questo modo l’esempio agli altri, ma questa era una cosa troppo crudele e io avevo deciso di non uccidere più nessuno se non era necessario.
Raggiungemmo in fretta il porto cittadino, dove tante volte ero stato ad aspettare le navi cariche di cereali e spezie per la mia fabbrica, e dal quale avevo inviato i miei prodotti in tutto il mondo allora conosciuto. Avevo già un’idea sul posto in cui avrei creato il mio nuovo nascondiglio e fu per questo che cercai una nave diretta in Sicilia.
-Qui?!- esclama Cristina sorpresa. –Creasti proprio qui il tuo nuovo deposito?!-
-Si. Era il luogo perfetto. Anche se non ci ero ancora mai stato, avevo visto l’isola sulle carte nautiche e la trovavo ideale. E’ praticamente al centro del mare e dell’Europa e sarebbe stata un punto di riferimento perfetto. Volevo che fosse più di un nascondiglio. Volevo crearmi, per la prima volta dopo secoli, un posto tutto mio in cui poter tornare quando volevo, un posto da chiamare casa.-
-E i due disonesti?-
Trovato il passaggio in mare e imbarcato il carico, chiaramente senza dire al capitano della nave di cosa si trattasse, pagai le guardie e le congedai. Regalai loro anche il carro e il robusto cavallo che lo trainava, come extra. Ne avrebbero tratto un discreto guadagno oppure avrebbero potuto usarlo per successive missioni. Naturalmente, non prima di aver atterrato con dei precisi colpi allo stomaco i due ladri e aver recuperato le mie gemme. Gettai loro il compenso pattuito, il loro lavoro in fondo lo avevano svolto bene, e mi imbarcai. La nave su cui viaggiavo era diretta al porto di Siracusa, dove contavo di reperire un altro carro per trasportare il mio tesoro.
-Non preoccuparti, straniero-, mi disse il capitano a riguardo. –I moli saranno pieni di proprietari di carri che aspettano solo di essere ingaggiati. Fa parte dell’economia del luogo.-
Quando vidi la Sicilia per la prima volta mi si stinse il cuore, come fosse una specie di terra promessa. Era calda, assolata e arida, proprio come ora, ma a me sembrava il paradiso. Il padrone della nave aveva ragione. I moli siracusani erano affollati di carrettieri che non attendevano altro che merci da trasportare. In verità volevo noleggiare solo carro e cavallo. Non desideravo certo che qualcuno vedesse dove nascondevo i miei averi. Dopo tanto cercare, trovai un anziano carrettiere mezzo cieco ben disposto ad accontentarmi. Mi chiese una cifra esorbitante per il carro e gli asini che lo trainavano ma accettai comunque.
-Se tu te ne andassi con il mio carro e le mie bestiole non avrei più di che vivere, straniero-, si giustificò il vecchio. –Non biasimarmi per questo.-
-Non ti biasimo, vecchio-, risposi seccato. –Con il denaro che ti ho dato, però, potevo comprarmelo un carro.-
Mi misi in viaggio e mi allontanai dalla città, verso ovest. Mentre la nave si avvicinava alla costa avevo intravisto da lontano una spiaggia isolata sovrastata da un promontorio roccioso. Pensai di andarci a dare un’occhiata.
-Un momento, nonno!- esclama Cristina sbarrando gli occhi. –Spiaggia isolata? Promontorio roccioso? Non sarà mica che…-
-E brava la mia nipotina-, la canzono ridendo. –E’ proprio il luogo dove ho fatto costruire questa casa.-
-E hai trovato qui anche il nascondiglio che cercavi?-
-Sfortunatamente no. Sarebbe stato troppo bello. Ma questo luogo mi piacque fin da subito e quando mi fu possibile acquistati questa proprietà.-
Fu un vero peccato non trovare ciò che cercavo in un posto tanto bello, quindi proseguii e presi la strada per l’interno. Non viaggiai a lungo che finalmente mi imbattei in una zona di basse colline sulle quali sorgevano una moltitudine di olivi. In mezzo ad essi spuntavano le bianche rovine di una grande casa di epoca romana che mi affrettai ad ispezionare. Conoscendo bene lo stile architettonico di quelle antiche abitazioni, un sorriso smagliante si stampò sul mio viso. Avevo trovato un luogo magnifico per il mio tesoro. Individuai subito l’area in cui si era trovata la piscina dell’atrio e ne seguii i contorni, ora semisepolti dal terriccio sabbioso, fino a trovare ciò che cercavo, il grande coperchio di pietra che dava accesso alla cisterna delle fontane. La cisterna faceva parte del sistema idrico della villa padronale ed era situata a poca profondità rispetto al livello del pavimento. Con uno sforzo sovrumano riuscii a spostare il grande coperchio di pietra, rivelando il corto condotto che dava accesso alla vasca sotterranea. Nessun odore di muffa fuoriusciva dall’apertura, segno che si era disseccata da lungo tempo. Dopo aver gettato dentro una torcia accesa per valutare la profondità del pozzo, legai una corda ai resti di una colonna poco distane e mi calai dentro. Il luogo era perfetto. Asciutto e abbastanza ampio da contenere tutto.
-Stai parlando delle rovine della “Casa dei Sicali”? Lo scavo archeologico poco lontano da qui?-
-Proprio quello. Sono stato io a rivelarne l’ubicazione agli archeologi siciliani, dopo averlo abbandonato come deposito.-
Ritenni il luogo adatto ed uscii. Mi ci volle più di un giorno per portare dentro tutto ma alla fine ce la feci. Richiusi l’ingresso del pozzo e lo occultai con terra e sabbia, mimetizzandolo nel terreno. Ora potevo prendere tranquillamente la via del mio futuro. Il mio passato era al sicuro.
Sentivo che una terra del nord mi chiamava. Era sicuramente un’isola perché il vento fresco che sembrava avvolgermi nella sua malìa portava con se il profumo del mare, oltre che dell’erba verde. Non era la Britannia, la sensazione era diversa. Mi misi in viaggio verso nord-ovest, per mare. Sbarcai nella terra chiamata Hispania ma non mi fermai e attraversai le alte montagne che la dividevano dal regno dei Franchi, raggiungendo poi la costa del mare a nord. Non sapendo che fare, mi fermai per un po’ in una cittadina portuale, per raccogliere un po’ di informazioni.
-Un’isola accanto alla Britannia, dici?- disse un locandiere al quale avevo chiesto se sapesse della terra dei miei sogni.
-Conosco bene la Britannia, ci sono stato in gioventù, ma di un’altra isola non ne so nulla.-
-Ne siete sicuro? Dev’essere un’isola molto verde e…-
-Si tratta di Eire-, intervenne un uomo anziano seduto ad uno dei tavoli della taverna. –E’ sicuramente la “Terra dei Maghi”.-
-Terra dei Maghi?- feci io scettico.
-Uomini di potere che adorano dei pagani e non si piegano al volere della chiesa. Quell’isola ne è ancora piena.-
Un dubbio sfiorò la mia mente. –Sono forse celti gli abitanti di quel luogo?- domandai sedendomi allo stesso tavolo dell’uomo che, dall’abbigliamento e dalla pelle bruciata dal sole e dal sale del mare, doveva essere un marinaio.
-Lo sono, straniero. E oltre ai maghi hanno anche molti musici che stregano la mente con il suono delle loro arpe e delle loro parole.-
Druidi! Una terra di druidi, ecco cos’era. Erano i loro spiriti che mi chiamavano.
-Dimmi, uomo-, iniziai porgendogli una moneta d’argento. –Come posso arrivare in quell’isola? Come posso arrivare in Eire?-
-Vai giù al porto e cerca il capitano Cloviàn. Lui è l’unico che si arrischia a fare porto ad Eire, se le condizioni del mare lo permettono.-
-Mi sei stato molto utile, amico. Grazie-, lo salutai allungandogli un’altra moneta.
Non mi fu difficile trovare Cloviàn perché la sua nave era l’unica che portava impressi i simboli magici che servivano da protezione nei viaggi in mare. L’uomo che mi si presentò davanti quando chiesi di lui era un burbero omaccione dai capelli biondi e lunghi e degli altrettanto lunghi baffoni che gli scendevano ai lati della bocca. Era chiaramente un celta, forse discendente dei Galli.-
-Che vuoi da me, straniero?-
-Mi hanno detto che tu sei l’unico che arriva fino ad Eire. Io devo andare la.-
-Non in questo viaggio. Vado in Britannia poi torno indietro.-
-E con un compenso supplementare mi porteresti fin li?-
Il celta iniziò a squadrarmi in modo interrogativo lisciandosi i folti baffoni. Alla fine annuì. –Si può fare. Il periodo per navigare in quelle acque non è dei migliori ma ci possiamo arrivare. Se poi trovo anche delle buone merci da comprare per rivendere qui, allora non ti farò pagare nulla.-
Il patto fu fatto e mi imbarcai nuovamente verso la mia nuova meta, quella che Cloviàn chiamava “l’Isola di Smeraldo”, a causa della rigogliosa vegetazione che la ricopriva.
-Hai parlato di Brian Boru-, mi fa notare Cristina. –Ma lui visse in Irlanda intorno all’anno 1000 d.c. Se non ero tu, ci andasti poco dopo l’incoronazione di Carlo Magno a imperatore, appena dopo l’800 d.c. Che facesti fino ad allora?-
-Mi riposai-, ammetto candidamente. –Non sapevo a quali eventi dovessi partecipare in quel luogo quindi lasciai che fossero gli eventi a trovare me. Ci misero quasi duecento anni.-
Fummo molto fortunati, perché toccammo la costa di Eire schivando di poco una tempesta che ci avrebbe sicuramente fermati. Fui relativamente sfortunato perché Cloviàn non trovò nessun carico da trasportare per il ritorno, quindi dovetti pagare per intero il viaggio. Lo salutai e me ne andai per la mia strada. Il porto in cui approdai era un’area a se stante, senza nessun villaggio o cittadina accanto. Domandai un po’ in giro dove mi trovassi e dove potevo trovare una locanda o qualcosa che assomigliasse ad un alloggio per la notte. Parlavano gaelico, una lingua affine al britanno e al gallico. Durante i miei viaggi ero stato anche in Galizia, nel nord dell’Hispania, e ne imparai una rudimentale versione che mi tornò molto utile in quel momento.
-Prosegui sulla strada principale verso ovest e troverai Dun Garvan-, mi disse un addetto ai moli. –E’ un antico forte ma accanto ad esso c’è anche un villaggio e li troverai sicuramente un posto dove dormire.-
M’incamminai di malavoglia perché stava per piovere e io ho sempre detestato la pioggia.
-Stai davvero fresco, straniero-, mi derise Cloviàn quando ancora mi trovavo a bordo della sua nave. –Non ho mai visto un posto tanto piovoso come Eire.- Che bella prospettiva, pensai.
La pioggia mi colse proprio mentre entravo nel piccolo abitato di Dun Garvan e in pochi minuti mi trovai fradicio. Mi diressi verso l’unica locanda del paese, o meglio, ciò che più assomigliava ad una locanda. Era un’enorme costruzione di legno che fungeva da magazzino per le merci che giungevano dal mare. Una parte di esso era adibita a taverna mentre su dei soppalchi di legno era stato creato un grande dormitorio. Li si affittavano letti, non stanze. Pregai ardentemente di non dover dividere il mio con i parassiti e mi avviai al bancone. Ordinai la cena e prenotai un letto. Di bagni caldi neppure a parlarne. Per quello avrei dovuto attendere. Mi sedetti accanto al fuoco per asciugarmi un po’ e attesi la cena. Birra scura e carne arrosto con un po’ di pane. Mangiai a sazietà, non perché il cibo fosse particolarmente buono ma perché ero davvero affamato.
-Sembra che non mangi da giorni, straniero-, mi disse l’oste quando venne a portare via il piatto e a versarmi dell’altra birra da una caraffa.
-Sono appena arrivato per mare. Il cibo sulle navi tende ad uscire più che a restare dentro.-
-Parole sante, giovanotto-, scherzò l’uomo che sembrava più largo che alto, tanto era grasso. –Che ti porta in Eire?-
-Volevo vederla-, mi limitai a dire. –Conoscenti mi hanno parlato delle sue meraviglie.-
-E hanno fatto bene. Eire è una terra meravigliosa, amata di Dio.-
-Questo mio amico mi diceva però che qui ci sono ancora molti druidi pagani-, buttai li, tanto per valutare la considerazione che godevano i sacerdoti dell’antica religione da quelle parti.
-Ti ha detto il vero. Noi siamo cristiani ma li rispettiamo e loro rispettano noi. E’ una convivenza pacifica.-
-Sai dove posso trovarne qualcuno?-
-Perché lo chiedi?-
-Durante i miei viaggi sono venuto in possesso di alcune carte scritte con i loro misteriosi simboli. Volevo sapere di che si trattava-, mentii.
-Ce n’è uno che gira spesso da queste parti. Un guaritore. Con noi cristiani si limita ad usare infusi d’erbe e altri rimedi naturali, ma qualcuno dice che conosce molte formule di guarigione apprese direttamente dagli dei pagani. Il suo nome è Nagil e potrebbe giungere qui domani, forse.-
Ringraziai l’oste e, dopo aver pagato la cena mi diressi verso il mio letto, un tavolaccio di legno con un sacco pieno di paglia e una logora coperta. Per fortuna non vidi traccia di pulci ma quel letto era davvero poco confortevole. Sciocchezze! Forse mi ero rammollito a Roma. Ero stato abituato a dormire in luoghi molto più scomodi di quello.
Attesi il druido Nagil per tre giorni e, proprio quando avevo perso le speranze di incontrarlo, questi varcò la porta della locanda-magazzino. Fuori, neanche a dirlo, pioveva.
-Ben arrivato, Nagil-, lo salutò l’oste. –Fatto buon viaggio?-
-Non più del solito-, rispose l’uomo abbassando il cappuccio del mantello. Era piuttosto giovane come druido, nonostante fosse stempiato e i suoi capelli mostrassero qualche filo argentato. Vestiva similmente ai druidi britanni e, come loro, il medaglione di bronzo che ne indicava la specialità all’interno della comunità dei sacerdoti, faceva bella mostra sul suo petto.
-Questo straniero ti attende da giorni. Deve parlarti-, lo informò il grasso taverniere indicandomi. Il druido posò il suo sguardo indagatore su di me. Sbarrò gli occhi, come se avesse visto un fantasma.
-L’uomo dal destino nascosto!- esclamò con un filo di voce avvicinandosi.
-Per prima cosa, non usare la Vista su di me-, gli intimai seccato invitandolo a sedersi. –E poi che cos’è questa storia dell’uomo dal destino nascosto?-
-Tu sai della Vista druidica?! Sei forse uno di noi?- mi domandò l’uomo molto sorpreso.
-No, ma ho vissuto a lungo con i druidi della Britannia e conosco le vostre usanze e le vostre capacità- gli spiegai.
-Ma i druidi erano tutti uguali? Sia in Britannia che in Irlanda?-
-No. La loro divinità suprema era sempre la stessa, la Madre, che gli irlandesi chiamavano “Danu”, le “Acque divine”, ma per il resto adoravano entità differenti. Oppure erano le stesse ma con nomi diversi. I figli di Danu, i “Tuatha Dè Danàn”, erano i signori divini di Eire ed ognuno di essi ispirava una categoria di druidi.-
-Cosa volevi da loro?- mi domanda lei confusa.
-Non ne avevo idea. Ma se era la magia dei druidi che mi aveva attirato li, era con loro che dovevo stare. A quanto pareva, ero annunciato.-
-“L’uomo dal destino nascosto” è una profezia del nostro popolo, vecchia di quasi trecento anni. Dice che un uomo dal destino nebbioso giungerà sulla nostra isola per forgiare l’arma che difenderà Eire dagli invasori.-
-Un’arma? Una spada forse?- domandai accigliandomi.
-Non lo so. Io conosco solo la profezia. Non l’ho mai studiata a fondo. Un divinatore potrebbe darti qualche spiegazione in più.-
Rimasi in silenzio a riflettere sul da farsi. Le parole di Nagil mi avevano incuriosito e volevo davvero saperne di più. Che fosse giunto il momento di riforgiare per l’ultima volta Uragano? Sentivo che non era così.
-Ho bisogno di parlare con il vostro capo-druido-, dissi infine al guaritore.
-Credo anch’io che sia necessario-, affermò Nagil. –Saprà certo darti le risposte che cerchi. Ti condurrò da lui non appena avrò sbrigato i miei affari qui a Dun Garvan.-
Quella stessa sera eravamo in viaggio sopra un vecchio carretto sgangherato verso l’interno della terra di Eire, verso il regno chiamato Munster, dove in un cerchio di pietre all’interno di un bosco di querce, proprio come in Britannia, si riuniva il Consiglio dei Druidi di Eire.
-Come mai proprio nel Munster?- domandai al mio compagno di viaggio. –Non sarebbe più adeguato un luogo più centrale, nel cuore dell’isola?-
-Era così, fino a qualche anno fa. Poi ci siamo spostati perché un nostro sognatore ha avuto una visione. Vedeva il fuoco divorare il nostro villaggio e il bosco sacro. Il fuoco era portato da feroci stranieri venuti dal mare e armati di grandi asce.-
-Il sogno è stato interpretato come un avvertimento e voi ve ne siete andati.-
-Proprio così. Non ci è facile raggiungere le terre dell’Ulster e di Meath, ma i nostri fedeli ci attendono sempre con pazienza. I seguaci della croce, poi, non ci facilitano le cose. Sono sempre di più e contano molti fanatici tra le loro fila.-
-Purtroppo è un aspetto che ho notato spesso nel mio peregrinare-, ammisi con tristezza. –Nonostante ciò, colui che morì sulla croce era davvero un uomo buono.-
-Non lo metto in dubbio. Purtroppo, chi interpreta le parole degli altri tende a girarle a proprio vantaggio.- Era una riflessione semplice ma rispecchiava una grande verità.
La sera del terzo giorno di viaggio, Nagil mi annunciò che eravamo arrivati al Bosco Sacro. Era più piccolo di quello in cui avevo conosciuto Taliesin e Kevin, in Britannia, ma l’aspetto era praticamente identico. Le stesse pietre disposte in circolo, lo stesso altare di pietra, le querce, l’albero sacro dei Celti, tutt’intorno. Fu li che incontrai il capo-druido, Alenir, e grande fu la mia sorpresa nello scoprire che era un bardo.
-Dunque ci porti l’uomo dal destino nascosto, amico Nagil-, disse con un sorriso il grande bardo senza che noi avessimo il tempo di proferire parola.
Il circolo di pietre era illuminato da torce piantate nel terreno. La luce rossastra del fuoco si rifletteva sul suo volto perfetto e sui lucidi capelli castani e ondulati che gli ricadevano sulle spalle, coperte da un lungo mantello a scacchi rossi e gialli.
-Sai già chi sono?- domandai sorpreso.
Il bardo scoppiò a ridere, segno che il Consiglio dei Druidi di Eire era meno formale e austero di quello britanno. –Non sono certo il capo-druido per caso. La mia Vista è più potente di ogni altro sacerdote su quest’isola. Ti ho guarato dentro ancora prima che tu giungessi entro i confini del Munster.-
-Non mi stupisce la portata del tuo potere. In passato conobbi un altro grande bardo, Kevin di Britannia, che mi diede molte volte prova della vostra abilità.-
-Il nostro potere risiede nella musica e nella poesia. Nulla più-, affermò il druido accarezzando l’arpa di legno scuro che teneva amorevolmente in braccio.
-Se lo dici tu-, dissi per accantonare la questione. Tanto conoscevo benissimo quanto un bardo fosse realmente potente. –Ad ogni modo, sono venuto qui perché attratto da questa terra, e non so ancora il perché.-
-Viva la sincerità-, esclama Cristina incredula e divertita. –Gli rivelasti subito anche che eri immortale?-
-No, non subito. Aspettai un po’ a dirglielo e, comunque, lo sapeva già.-
-Giusto. La Vista. Come Kevin.-
-Potevo ingannare divinatori e sognatori, mistici, sacrificatori e persino i maghi, ma i bardi… Loro proprio no.-
-Neppure io lo so-, affermò il capo-druido. -So solo che saresti arrivato. Noi tutti lo sappiamo da tempo immemorabile.-
-Parlami della profezia. So quel poco che Nagil mi ha narrato.-
-E sia, straniero-, acconsentì il bardo. Fece per accarezzare le corde della sua arpa ma io intervenni.
-Mi chiamo Khalàd. In altri luoghi mi chiamano Callisto, ma il mio vero nome è Khalàd di Uruk.-
-E’ un onore conoscerti, Khalàd di Uruk. Ora lascia che io canti della profezia per tutti gli amici qui riuniti. Poi sarai ospite della mia casa, dove con calma risponderò alle tue domande e tu potrai fugare qualche mio dubbio.-
-Non chiedo di meglio che ascoltare la tua musica e le tue parole, grande bardo-, risposi cortesemente inchinandomi, com’era usanza.
Alenir iniziò ad accarezzare le corde della sua arpa e a camminare lentamente per tutta la radura, passando di fronte ai suoi fratelli druidi lì riuniti. Cantò di un uomo il cui destino era oscuro, un uomo che camminava attraverso il tempo ma non ne subiva gli effetti. Un uomo nato per imparare, un uomo nato per combattere. La musica dell’arpa entrava nella mia testa e dava vita ad immagini quasi reali. No, non immagini ma ricordi. Ero proprio io l’uomo della profezia, era la mia storia che il bardo narrava. L’uomo senza destino aveva perso molte persone care, cantò ancora Alenir. Aveva perso la famiglia, gli amici più cari, la donna che amava. Al suo fianco una spada immortale come lui, una spada forgiata nel fuoco più ardente, con la sapienza più grande, dal metallo più forte. Il suo destino era quello di giungere nella terra della regina Eire, nell’Inishfàil dei figli di Danu, l’isola del destino, e di dare ad essa e ai suoi abitanti un’arma possente con la quale combattere gli invasori venuti dal mare. Avrebbe forgiato l’arma e, quando avesse visto compiersi il destino ad essa assegnato, se ne sarebbe andato, nel silenzio, nella solitudine.
La musica si disperse nell’aria lasciando la scena al solo crepitio dei fuochi delle torce. Si fece silenzio per un po’. Forse anche gli altri presenti, come me, facevano fatica a risvegliarsi da quella specie di incantesimo.
-Quale interpretazione avete dato alla profezia?- chiesi ad Alenir quando posò nuovamente lo sguardo su di me.
-Molte, ma nessuna plausibile. Essa parla chiaramente. Ora io ti chiedo, Khalàd di Uruk. Ritieni tu di essere l’uomo dal destino nascosto?-
-Sono io quell’uomo, Alenir di Eire-, mi limitai a rispondere. –Se mi vorrete, rimarrò con voi fino a quando il mio compito su quest’isola non sarà portato a termine.-
-Come mai fosti così accondiscendente? Non trovavi odiosa l’idea di essere sbattuto da una parte e dall’altra del mondo a fare cose che non volevi?- Cristina sottintende che io mi contraddica quando affermo di aver odiato l’impossibilità di scegliere.
-Detestavo ancora obbedire a quella capricciosa potenza celeste che mi guidava. Tuttavia, iniziavo a riflettere su un dato di fatto. In ogni mia avventura, in ogni situazione importante in cui io mi sono trovato, ho guadagnato nuovo sapere e nuovi insegnamenti. In qualche modo i miei sforzi erano ripagati-, affermo serenamente, come se ciò basti a spiegare la cosa. Mia nipote, però, insiste a provocarmi.
-A me sembra pura rassegnazione.-
-Non lo nego. Per certi aspetti iniziavo anche a rassegnarmi. Per contro, però, cominciai anche a vedere il lato positivo della cosa, considerando l’esperienza che accumulavo e le meraviglie di cui ero testimone. Un degno pagamento per la mia condizione.-
-Non bramavi di invecchiare? Di morire?- mi chiede dopo un attimo di silenzio. –Mi hai detto di aver provato ad ucciderti. Hai continuato a tentare?-
-No, ho smesso con quella follia. Tuttavia, avrei barattato il mondo con la possibilità di invecchiare e morire. Ciò non mi era concesso e quindi ci pensavo il meno possibile.-
Dopo un primo periodo vissuto nella casa di Alenir, decisi di edificare una dimora tutta mia. Scelsi un luogo isolato, in una piccola valletta erbosa solcata da un ruscello rigoglioso. Il capo-druido insistette perché costruissi la mia casa nel suo villaggio ma non volevo essere un elemento di disturbo per la loro vita, almeno non finché non fosse giunto il momento di compiere ciò che dovevo, di rendere vera la profezia, cosa che accadde molto tempo dopo, quasi due secoli. Alenir, purtroppo, che ci credeva in modo quasi ossessivo, non riuscì a vederne il compimento.
Molte cose cambiarono con il tempo. I druidi divennero sempre meno e i preti cristiani sempre di più. L’antico culto dei Danàn resisteva ma era relegato a pratica pagana additata come blasfema. Mi intristivo quando sentivo certi discorsi. Ripensavo ad una delle frasi più amate da Gesù. “Amatevi l’un l’altro senza distinzioni di razza, età o religione.” Il fanatismo stava raggiungendo livelli insostenibili e chi segretamente aderiva ancora al culto di Danu e dei suoi divini figli, se ne guardava bene dal rivelarlo. Era l’alba dell’Irlanda cristiana, era l’alba di una leggenda.
Venne infine l’invasore. Orde selvagge di uomini su navi dalla testa di drago giunsero da est, dai mari freddi e dalle terre in cui il ghiaccio era sovrano. Nel continente erano chiamati “uomini del nord”, Normanni. Per chi subiva la loro furia distruttrice, erano semplicemente i Vichinghi. Sbarcarono in Eire e iniziarono a colonizzarla. Bruciarono, distrussero e conquistarono. Crearono insediamenti, presero possesso di intere città, e questo perché i vari signori locali erano divisi. C’erano dei re che avrebbero potuto contrastare i Vichinghi ma questi erano sempre in lotta tra loro. Serviva una unione forte, coesa, comandata da un solo grande condottiero. Nella mia valletta nascosta guardavo il tempo scorrere e rimanevo in attesa, guardando gli anni passare ed Eire mutare.
Fu nel 962 d.c. che trovai l’uomo che serviva a quell’isola, l’arma della profezia. Era un giovane piuttosto emaciato ma con un gran cuore e altrettanto coraggio. Un giovane che amava la sua terra più di ogni altra cosa. Il suo nome era Brian ed era pronto per essere da me forgiato. Fu il mio primo e unico allievo.
-Era quella l’arma di cui la profezia parlava? Il futuro Sommo Re d’Irlanda?- mi chiede scettica mia nipote.
-Proprio così. Brian Boraime Mac Cennétig, Brian Boru per tutti. Un uomo davvero straordinario, fin da giovane.-
-Gli insegnasti a combattere?-
-Tra le altre cose-, le spiego. –Gli insegnai principalmente a dominarsi, visto che quando ci incontrammo non aveva un carattere proprio affabile.-
Era pomeriggio e stavo andando al ruscello con dei secchi per attingere un po’ d’acqua per la casa. Appena giunsi al piccolo corso d’acqua mi accorsi che c’era un uomo disteso a terra nell’erba, con una mano immersa nell’acqua. Pensai subito fosse morto perché intravedevo del sangue sui suoi vestiti. Portava una spada al fianco e dedussi che fosse stato ferito in qualche scontro. Mi chinai su di lui. Non era morto ma solo svenuto, forse per la fatica, visto che le ferite erano superficiali. Era un giovane di una ventina d’anni, dai capelli castani e con appena un accenno di barba. Vestiva con abiti di buona fattura e, nonostante fossero laceri e sporchi, gli davano un aspetto quasi regale. Di sicuro non era un contadino. Il giovane si risvegliò quasi un’ora dopo, forse sentendo il profumo della zuppa che avevo messo sul fuoco per rifocillarlo. Ero in qualche modo contento di averlo trovato. Per quasi due secoli avevo fatto l’eremita in quel luogo, andando al villaggio solo di tanto in tanto. Quando mi voltai per andare da lui con la zuppa, mi trovai di fronte alla punta della sua spada, puntata verso la mia gola.
-Chi sei? Perché mi hai portato qui?- mi domandò il giovane con aria diffidente. Non vi badai. Scansai la spada con la mano e andai a posare la ciotola fumante sul tavolo.
-Preferivi rimanere svenuto nell’erba? Se vuoi ti ci riporto. Ma se la cosa non ti interessa….- Con un rapido movimento mi voltai e, torcendogli leggermente il braccio in alcuni punti, gli feci mollare la spada e gliela presi. Ora era in mano mia ed era la sua gola ad essere minacciata. -…puoi sempre decidere di sederti e mangiare qualcosa-, conclusi abbassando l’arma e posandola contro il muro. Il ragazzo era esterrefatto e si sedette al tavolo ancora incredulo su come lo avessi disarmato. –Posso sapere il tuo nome, ragazzo?- gli chiesi mentre iniziava a mangiare la zuppa.
-Ragazzo?! Avremo più o meno la stessa età!-
-Non è proprio così ma non importa. Il mio nome è Khalàd di Uruk.-
-Io sono Brian Mac Cennétig, ma tutti mi chiamano Brian Boraime, o Brian Boru-, mi disse tra un boccone e l’altro. Era davvero affamato. –Mio fratello maggiore è signore di Thomond e apparteniamo alla tribù dei Dal Cais.-
-Sei un principe, allora. E cosa ci fa un principe malridotto da queste parti?-
-Ero a capo di un gruppo di guerrieri. Davamo battaglia ai Vichinghi tra le colline, dove erano più vulnerabili e noi più forti. Ieri mattina, però, ci spingemmo troppo a valle e fummo sorpresi da un grosso contingente nemico. Mi sono salvato solo io, grazie alla mia abilità di combattente.-
-Da come ti ho levato la spada non mi sembri un gran combattente-, ironizzai versandogli del vino. Mi guardò in modo truce.
-Aspetta che abbia finito di mangiare e vedrai quanto valgo.-
-Parole spavalde, ragazzo. Non ti gioveranno mai in battaglia. Sei troppo sicuro di te e questo è un difetto che il tuo avversario può sfruttare per batterti.- Involontariamente avevo iniziato ad elargire insegnamenti. Era la prima volta e la cosa mi diede una certa soddisfazione. Quel ragazzo, nonostante non lo conoscessi, mi era simpatico. Avevo quasi la sensazione che il nostro incontro fosse combinato dall’alto. –Quando hai finito di mangiare vai al ruscello a lavarti. Metterò qualcosa sulle tue ferite e ti darò dei vestiti puliti.-
Sembrò imbarazzato di quell’offerta ma alla fine, abbassando lo sguardo, mi ringraziò. –Ti ringrazio, Khalàd. Perdona la mia mancanza di buone maniere. Mi hai raccolto e sfamato e di questo ti sono debitore.-
-Ammettere i propri errori è il primo passo per diventare un grande guerriero.-
-E tu lo sei, immagino-, mi stuzzicò. –Nessuno che io conosca sa disarmare un uomo come hai fatto tu.-
-Ho un po’ di esperienza nel combattimento.-
-Me lo insegneresti?-
-Che cosa?- domandai senza capire.
-Ad essere un guerriero. Sembra che tu ne sappia molto più di me. Non so perché te lo stia chiedendo. Ci conosciamo appena ma mi ispiri grande fiducia.-
-Qual è lo scopo della tua vita?- gli domandai serio, ricordando l’insegnamento di Leonida di Sparta. “Un guerriero deve combattere per uno scopo, altrimenti è un essere inutile.”
-Difendere la mia gente e scacciare i Vichinghi da Eire-, mi ripose sicuro. I suoi occhi grigi erano sinceri e mi convinsero. Sentivo che quel giovane mi era stato mandato. Forse era lui l’arma da forgiare.
-E sia, Brian. Ma sappi che io posso solo indicarti la via del guerriero. Sarai tu a doverla percorrere, però.-
-Quando cominciamo?- mi domandò impaziente, e qui scattò un altro insegnamento.
-Quando ti sarai lavato e avremo curato le tue ferite. Devi anche riposare. Ti reggi a malapena in piedi.-
-Ma io voglio…-
-Un guerriero conosce la pazienza-, lo ammonii serio. –Altrimenti il suo primo appuntamento in battaglia sarà solo con la Morrigan, la Morte.-
Attesi ben un giorno e mezzo prima di fargli prendere in mano la spada. Si era completamente ristabilito e le ferite iniziavano già a rimarginarsi. Aveva un fibra molto forte. Dopo mezza giornata aveva anche smesso di lagnarsi e si mise tranquillo a fare quello che gli dicevo, ovvero nulla.
-Finalmente!- esclamò Brian il mattino in cui lo portai fuori di casa per allenarci. Lui portava la sua spada che aveva amorevolmente affilato durante la convalescenza. Io mi ero portato un grosso bastone nodoso.
-Non essere impaziente. Non sai cosa ti attende, se una gloriosa vittoria o una umiliante sconfitta-, lo avvertii sorridendo. –Cominciamo col vedere cosa sai fare. Attaccami!-
-Prendi la spada-, mi ordinò.
-Questo mi basta-, risposi indicando il bastone. –Avanti! Fatti sotto!-
Brian fece una scrollata di spalle e mi venne incontro per attaccarmi. Deviai il suo primo attacco con una facilità impressionante e gli piantai il bastone nello stomaco, facendolo piegare in due dal dolore, ma non mollò la spada e questo era segno di grande tenacia. Il secondo attacco lo parai ma il giovane mi si era fatto troppo vicino e lo spinsi via con un calcio. Il ragazzo aveva le determinazione necessaria ma il suo modo di combattere era goffo, senza nessuna base logica. Brian stava per rialzarsi e attaccare di nuovo quando lo fermai.
-Lascia stare, Brian. Non riusciresti a colpirmi neppure tra cent’anni.-
-Sono un così scarso combattente? Eppure sono l’unico che sia sopravvissuto del mio gruppo- mi rispose acido.
-Che Dio ci aiuti. Tremo al pensiero di che gran soldati dovevano essere-, commentai ironico. –Hai imparato a batterti da solo, vero?- gli domandai poi serio.
-Si, come mio fratello. Ci siamo sempre allenati insieme-, mi disse.
-Non conosci nessuna regola di base del combattimento, per questo i tuoi movimenti sono goffi e prevedibili.- Avevo ancora il bastone in mano ed eseguii un fulmineo e potente affondo verso il suo volto, fermando il legno ad un palmo dal suo naso, immobile. Il giovane rimase allibito, a bocca aperta, la reazione che volevo. –Esegui lo stesso affondo con la tua spada. Continua a ripeterlo finché il tuo colpo non sarà come il mio. Ricorda. Un guerriero ricerca la perfezione in ogni sua azione.-
-Ma non potremmo provare anche…-, iniziò mentre mi stavo avviando a tornare in casa.
-…e soprattutto si comporta con disciplina!- gli intimai. –Un guerriero senza disciplina muore giovane!-
Si zittì subito e annuì. Non badò più a me e si mise ad eseguire l’esercizio che gli avevo assegnato. Andò avanti tutto il giorno, fermandosi solo per mangiare e riposare il braccio. Alla sera rientrò in casa esausto ma il suo affondo era già migliorato molto.
-Inizio a capire il senso di quell’esercizio-, mi disse sedendosi al tavolo, o meglio, lasciandosi cadere stremato.
-E quale sarebbe?- gli domandai versandogli una ciotola di minestra fumante. –Io non ho le radici. Sono come un albero senza radici. E’ per questo che mi hai battuto.-
Ero davvero sorpreso. Possedeva una mente brillante e aveva già compreso a fondo il problema del suo modo di battersi. Sarebbe stato un allievo eccellente perché oramai avevo deciso di prenderlo sotto la mia guida e farlo diventare un guerriero. Se davvero lui era l’arma che avrebbe difeso Eire, gli Dei di quella terra mi avevano fornito un ottimo metallo da forgiare.
-Era ossessionato dal suo scopo, a quanto mi dici-, commenta mia nipote assumendo un’espressione pensierosa.
-Uno scopo ci da la forza di andare avanti e di affrontare le fatiche del nostro cammino-, le spiego pazientemente. –Se poi la sua fosse davvero un’ossessione, almeno era un’ossessione degna di rispetto. Votare la vita a preservare la libertà del proprio popolo non è da tutti, ed è anche per questo che decisi di addestrarlo.-
-Per quanto tempo lo tenesti con te?-
-Più di un anno. Finché non fu un combattente abile e letale e non ebbe compreso come percorrere la difficile via del guerriero.-
-Non so come ringraziarti, Khalàd-, mi disse il giorno in cui reputai concluso il suo apprendistato preso di me. Ci eravamo appena battuti e lui era stato capace di tenermi testa, di rispondere ad ogni mio attacco e persino di sfiorarmi con la spada. Avevo combattuto ancora con il bastone ma era stato sufficiente per saggiare la sua abilità. Certamente non avrebbe retto al mio confronto se avessi impugnato la mia spada celtica, ma umiliarlo non era il mio scopo. Aveva appreso come perfezionare le sue tecniche, come combinare il gioco di gambe con attacchi e parate, persino come lottare a mani nude nel malaugurato caso in cui fosse stato disarmato. Brian aveva imparato in fretta e ora era pronto a tornare al mondo.
-Vieni con me-, mi disse. –Sono sicuro di avere ancora molto da imparare e vorrei averti accanto, mio maestro.-
-Ti ho insegnato quanto basta per non farti uccidere. Il resto spetta a te.-
-Allora vieni per offrirmi il tuo consiglio. Per offrirlo a mio fratello. I Vichinghi si fanno sempre più invadenti e il grande scontro con loro è imminente.-
-Tuo fratello non sa tenerli a bada?-
-Non abbiamo le stesse idee in proposito. Per quanto sia una brava persona e un buon governante, Mathgamain non è ambizioso. Gli interessa poco la sorte della nostra terra. Per lui, quando Thomond prospera, tutto è felicità.-
-E tu invece? Cosa faresti?- gli chiesi alzando un sopracciglio.
-Solo l’unione di tutti gli uomini liberi di Eire potrebbe sconfiggere i Vichinghi e rispedirli da dove sono venuti. Al suo posto tenterei per prima cosa di conquistare il trono del Munster e di creare uno stato forte che sia d’esempio per gli altri. La rocca di Cashel, la reggia del re del Munster, diventerebbe il simbolo della lotta per la libertà di Eire.-
-Per prima cosa? Vuol dire che sai già cosa faresti in seguito.-
-Ti sembrerà follia-, mi disse sorridendo e scuotendo la testa.
-Sentiamo-, gli chiesi serio. Volevo davvero sapere quanto in la poteva spingerlo il suo scopo. Tornò serio anche lui e mi rispose con due sole parole, in antico gaelico. Due parole che significavano tutto.
-Ard Rì-, mi disse fissandomi negli occhi.
-Sommo Re di Eire. Solo un Ard Rì può sconfiggere i Vichinghi.- Rimasi in silenzio a pensare per un po’, passeggiando sul verde manto erboso di fronte alla mia casa. Tornai infine a voltarmi verso di lui. –Molto bene. Dammi il tempo di radunare alcune cose e partiamo.- Brian sembrò sorpreso.
-Vieni per davvero?!-
-Si. Sono curioso di vedere fin dove ti spingerai.-
-Aspetta. Ho detto quello che farei… se fossi io al posto di mio fratello. Però è lui il signore di Thomond.-
-E allora? Spingilo a fare ciò che va fatto e se non lo vuole fare lui, fallo tu.-
-Io?!-
-Non hai forse il comando di un buon numero di uomini? Addestrali come io ho fatto con te, fai in modo che non muoiano al primo scontro almeno, e parti alla conquista della libertà di Eire-, gli suggerii, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
-Prima voglio rivedere mio fratello-, tagliò corto Brian, ancora sconvolto dalle mie parole. Evidentemente non aveva mai pensato al suo piano in quei termini.
-E così lo seguisti. Perché?-
-Ero sempre più convinto che fosse lui lo strumento che la profezia dei druidi indicava. Se quello era il compito che dovevo svolgere nella terra di Eire, era meglio stargli vicino e indirizzarlo sul giusto cammino.-
-Gli volevi bene?-
-Gli ero affezionato. Allora non sapevo cosa volesse dire amare un figlio ma, nel mio intimo, Brian lo stava diventando. Si era dimostrato un ragazzo intelligente e non chiedeva nulla per se stesso ma pensava al bene del suo popolo. Se avessi potuto, avrei affidato a lui Excalibur.-
-Perché non lo facesti?-
-Nonostante Brian Boru fosse molto simile a re Arthur, Excalibur era stata forgiata per difendere la Britannia, non Eire. Era solo una sensazione, ma ero sicuro che la Spada del Potere, al di fuori dei confini della sua terra, sarebbe tornata ad essere solo un pezzo di metallo inanimato.-
Thomond era una regione prospera, governata da tempo immemore dalla tribù dei Dalcassiani, i Dal Cais, di cui Brian e suo fratello facevano parte. Mathgamain Mac Cennétig era l’uomo più insignificante che avessi mai visto. Papa Leone lo era stato solo nell’aspetto ma il fratello di Brian lo era fino al midollo. Una persona mite, di buon cuore, a cui era impossibile non voler bene. Sarebbe potuto essere un ottimo artigiano, un allevatore o un agricoltore, un commerciante anche. Tutto fuorché un re, e nel momento che lo vidi compresi i dubbi di Brian sul suo conto.
-Ti sono debitore, Khalàd di Uruk, per aver salvato mio fratello e averlo riportato da me-, mi disse il signore di Thomond quando lo incontrammo a Kincora, la sede del potere della regione e città natale di Brian.
-Non mi devi nulla, signore di Thomond. Hai un fratello con uno spirito molto forte. Se non lo avessi aiutato io, sarebbe comunque tornato da te.-
-Com’è la situazione al di fuori delle nostre terre, Mathgamain?- domandò il fratello minore mentre ci incamminavamo verso la grande casa dei principi.
-Nulla è cambiato. Il vecchio re del Munster è morto alcuni mesi fa e ora qualcuno rivendicherà il trono, il capo del clan più forte immagino.-
-Quindi potremmo farlo anche noi. Potresti farlo anche tu.-
-Non dire sciocchezze, Brian. Noi non siamo il clan più forte-, commentò il maggiore con una smorfia.
-Ma potremmo esserlo, fratello. E lo saremo. Rivendicherai il trono di Munster e regnerai dalla rocca di Cashel su tutto il sud-ovest di Eire.-
-Che gli hai dato da bere durante l’ultimo anno? Roba forte?- mi domandò ironico Mathgamain rivolgendosi a me. Io non ridevo e rimanevo in silenzio. Era la battaglia di Brian e io non sarei intervenuto. Il fratello del mio pupillo notò il mio atteggiamento e sbarrò gli occhi. –Tu non scherzi, fratello mio! Tu vuoi davvero che io rivendichi il trono!-
-Sei lento a capire ma alla fine comprendi-, rispose con un mezzo sorriso Brian. –Rivendicherai il trono e io guiderò i nostri uomini in battaglia per la supremazia dei Dal Cais. Ora, grazie a Khalàd, ho i mezzi per farlo.-
-Voi siete pazzi-, riuscì solo a dire il povero Mathgamain scuotendo la testa.
-Non ho studiato molta Storia irlandese ma mi pare che il “povero” Mathgamain riuscì per davvero a diventare re del Munster.-
-Parole grosse, bambina mia. Quel sempliciotto si limitò ad entrare nel castello di Cashel e a sedersi sul trono. Fu Brian a conquistare il potere per i Dal Cais, con il sangue e il ferro dei suoi uomini.-
-Partecipasti? Alla battaglia, intendo.-
-No. Mi sedetti su un masso accanto al bardo che accompagnava l’esercito e osservai la battaglia da una posizione comoda. Era usanza che i bardi levassero canti di guerra prima che gli eserciti scendessero sul campo e che documentassero l’esito per raccontarlo in seguito. Il bardo che Brian si portava appresso non era certo uno dei migliori ma operava la sua arte con onesto impegno.-
-Per quale motivo non ti battesti?- mi chiede Cristina senza capire.
-Io valevo da solo quanto metà dell’esercito di Brian. Se fossi intervenuto avrei fatto pendere troppo l’ago della bilancia in suo favore. Ogni battaglia per lui doveva essere una prova. Di abilità, di coraggio, di carisma. Doveva essere capace di spingere i suoi uomini a combattere, a mettere in gioco la loro vita.-
-E non fallì.-
-L’avevo addestrato io! Non poteva fallire!- commento con una punta d’orgoglio.
Màelmuad, pretendente al trono di Munster sconfitto da Brian nonostante si fosse alleato con re Ivar di Limerick, di origine normanna, non prese bene il fatto di essere stato messo fuori gioco in questo modo. Capendo che non poteva competere con il crescente potere di Brian Boru, giocò d’astuzia, o almeno così credette. Nel 976 d.c. fece attirare il povero Mathgamain in un agguato e lo uccise. Fu un grande dolore per tutti quando apprendemmo la notizia.
-Non puoi consolarmi, Khalàd. Perdere Mathgamain è stato come perdere una parte di me stesso-, mi disse subito dopo il rito funebre.
-Màelmuad ora penserà che togliendo tuo fratello di mezzo la via per il trono sarà spianata-, gli feci notare.
Lo sguardo feroce del grande condottiero spaventò persino me. L’usurpatore aveva sbagliato totalmente i suoi calcoli. La leggenda di Brian Boru oramai era troppo grande e l’unica via che il suo avversario aveva ottenuto di spianare era quella per il cimitero.
Brian non perse tempo e attaccò in rapida successione le forze hiberno-normanne di Limerick e poi quelle di Màelmuad in persona. Fu una campagna dura e sanguinosa ma alla fine Brian Boru Mac Cennétig potè salire il primo gradino verso l’immortalità, quello che portava al trono del Munster.
-Il primo passo è fatto, Brian-, gli dissi il giorno seguente la sua incoronazione, dall’alto dei bastioni di Cashel.
-Vivrò abbastanza per vedere l’Eire unita e libera?- mi chiese il sovrano, che oramai si avviava verso i quarant’anni di età. –Qual è il tuo segreto, Khalàd? Come fai a rimanere giovane così a lungo? Dimmelo, perché temo avrò bisogno di molti anni per fare ciò che sai.-
-Abbiamo fatto un patto, Brian. Non chiedere. Non è cosa che potresti comprendere. E poi non avresti bisogno dei miei segreti. Tu vivrai abbastanza per regnare su un popolo unito.-
-Vorrei essere fiducioso come lo sei tu.-
-Era pessimista a riguardo?-
-No, ma le immani fatiche di guerra lo trascinavano spesso in stati di sconforto molto profondi-, spiego a Cristina. –Nella sua vita, Brian Boru ha conosciuto ben pochi giorni di pace.-
Il Munster era il primo passo. Le province di Connacht e Leinster erano il secondo. Tentando di estendere il proprio dominio su quelle terre, Brian entrò in conflitto con il Sommo Re di Eire, l’Ard Rì Maél Sechnaill, che governava direttamente sulla provincia di Meath. Furono anni di lunghe battaglie e alterne fortune per il mio amico e allievo.
-Abbiamo bisogno di una strategia che ci dia un certo vantaggio sui nostri nemici, Khalàd-, mi disse un girono mentre osservavamo una grande mappa dell’isola. –Siamo in una situazione bloccata in cui ne io ne Maèl possiamo prevalere.-
-Perché fai un grosso errore-, gli feci notare. -Ti ostini a considerare anche gli hiberno-normanni, i Vichinghi che si sono integrati con la tua gente, come degli stranieri invasori. Ne hai molti nelle tue terre ed essi ti sono fedeli quanto i nativi originari di Eire. Sfrutta le loro grandi abilità di naviganti.-
-Un flotta-, sussurrò il re del Munster. –Attaccare sia da terra che dal mare in modo da logorare Màel su due fronti.-
Nell’anno 996 d.c., all’età di cinquatacinque anni, Brian Boru finalmente conquistò metà dell’isola che oramai contava solo due grandi sovrani. Màel Sechnaill, in seguito a questa sconfitta, perse gradualmente anche il controllo sull’Ulster e sul Meath, venendo infine destituito nel 998 d.c. e rimpiazzato da un altro signore della guerra, Máelmorda Mac Murchada.
-Dovevano acclamare me!- disse Brian furioso entrando a grandi passi nella sala del trono della rocca di Cashel. –Màelmorda è peggio di un serpente! E’ più propenso ad allearsi con i Vichinghi che a scacciarli!-
-I signori dell’est ti temono, Brian. Tentano di opporti un avversario più duro di Sechnaill-, gli feci notare.
-Questo posso capirlo, ma proprio lui! Si ribellerà subito e tenterà di riprendersi ciò che ho conquistato!- Si sedette stancamente sullo scranno reale, tenendo la corona in grembo. Sospirò. –Che devo fare, Khalàd, mio maestro e amico?-
-E’ ora di imporre il tuo dominio su Eire una volta per tutte-, gli dissi senza mezze parole. –Tagliagli il sostentamento. Colpisci il suo alleato più forte.-
-Dublino. Assediare Sigtrygg Barba di Seta-, esclamò il re del Munster iniziando a rimuginare sul mio piano. –Una volta andato in superiorità di forze, cala la tua mano su Màelmorda e schiaccialo. Prenditi quel trono che oramai porta impresso solo il tuo nome.-
-Un’istigazione bella e buona-, commenta Cristina, anche lei poco convinta del piano che suggerivo a Brian Boru.
-Per niente. Brian aveva bisogno soltanto che qualcuno alimentasse di nuovo il suo scopo. L’Irlanda unita era ad un passo. Non potevo permettere che una sua indecisione mandasse all’aria il lavoro e le guerre di anni.-
-Màelmorda ha previsto la mia mossa! Sta arrivando per unirsi a Sigtrygg!-, mi disse Brian un pomeriggio. Era ormai questione di ore l’inizio dell’assedio della futura capitale d’Irlanda e i preparativi erano frenetici.
-Maledizione!- esclamai. Era una cosa a cui ingenuamente non avevo pensato. -Prepariamoci alla battaglia, allora.-
-Siamo su terreno sfavorevole. Siamo tra due fuochi. Sitrygg dentro le mura e Màelmora alle spalle.-
-Allora portiamoli in un terreno a noi favorevole. Non abbiamo scelta. Dobbiamo affrontarli.-
La battaglia di Glen Mama, dove attirammo le forze coalizzate del ribelle Leinster e di Dublino, si ricorda ancora oggi come una delle più sanguinose e questa volta, per forza di cose, vi partecipai anche io. Eravamo in un momento fondamentale per la conquista dell’alto trono di Eire e non potevo permettere, dopo tutti gli sforzi miei e di Brian, che fossimo sconfitti ad un passo dal successo. Naturalmente non mi misi in formazione con l’esercito ma adottai una tattica tutta mia. Da un luogo elevato avevo osservato lo schieramento nemico, richiamando lo spirito dell’aquila e sfruttando la vista prodigiosa di quell’animale. Individuai i capi formazione, i comandanti, coloro che davano ordini ai soldati. Una volta scovati li tenni a mente ed attesi che i due eserciti si scontrassero. Si combatteva già da ore quando decisi che il momento era favorevole per la mia sortita. Indossavo poche protezioni, a me non servivano, perché volevo essere leggero e muovermi con velocità. Estrassi Uragano e la feci volteggiare un paio di volte davanti a me per sgranchirmi il braccio. Uccidere pochi uomini, in quel momento, poteva voler dire salvare la vita di molti altri. Mi tuffai nel cuore della battaglia.
-Che fai, Khalàd?! Hai finalmente deciso di combattere al mio fianco?- mi gridò contro Brian Boru dopo essersi liberato di ben due avversari.
-No! Vado solo a farti vincere la battaglia!- gli risposi continuando a correre al piccolo passo, scansando i colpi di spada e lancia che mi venivano indirizzati. Persino in tutto quel parapiglia potei vedere il viso sconcertato del mio allievo mentre io continuavo ad avanzare.
Avevo memorizzato le figure dei sei capitani che comandavano i battaglioni nemici e, uno alla volta, li cercai nelle varie aree di scontro. Uno ad uno li trovai e li uccisi senza che potessero emettere un solo grido. Non ingaggiavo scontro, mi limitavo ad infilzarli o ad eliminarli con un semplice fendente. La mia azione iniziò subito a dare i suoi frutti perché i soldati di Dublino, senza più nessuno che desse gli ordini, cominciarono a rompere gli schieramenti e ad arretrare. Quando, sempre di corsa, tutto coperto di sangue, uscii da quel mattatoio, trovai Brian nella sua postazione di comando. Aveva schierato i soldati in modo che potessero riprendere fiato anche loro e preparava con i suoi capitani l’assalto finale.
-Che hai combinato laggiù?!- mi chiese tirandomi un panno asciutto per pulirmi il viso dal sudore e dal sangue. –Si stanno ritirando!-
-Naturale-, risposi io con calma. –Ho eliminato tutti i loro capitani. Non hanno più nessuno che dia loro ordini.-
-E come diavolo ci sei riuscito?!- mi chiese sobbalzando per la sorpresa. Lo guardai di traverso come quando era solo un ragazzo in addestramento. –Ho capito. Non chiedere-, concluse alzando le mani con un mezzo sorriso.
-Fa loro deporre le armi quando li avrai messi alle strette. Non umiliarli e tantomeno non massacrarli. Dublino potrebbe essere un alleato potente in futuro e il nostro buon Sigtrygg si vende a poco da quanto ne so-, gli suggerii.
-Era anche il mio piano. Concludiamo in fretta. Mi attende un nuovo trono.-
Era l’anno 999 d.c.
-Se tu non fossi intervenuto, Brian Boru avrebbe conquistato Dublino?- mi chiede Cristina curiosa.
-Difficile a dirsi. Le forze si equivalevano e la differenza l’avrebbe fatta la strategia e l’abilità dei capitani-, le spiego cercando di visualizzare nella mia mente, dopo secoli, lo schieramento in campo di quel giorno. –Forse, da questo punto di vista, Brian era avvantaggiato ma in guerra tutto può accadere. Non lo sapremo mai.-
Brian mantenne Sigtrygg Barba di Seta sul trono di Dublino, quale reggente, e rafforzò una nuova alleanza dandogli in sposa una delle sue figlie. In questa occasione, il conquistatore sposò la madre del suo nuovo alleato, che era anche la sorella dell’altro suo nemico, Màelmorda. Si chiamava Gormflaith. Una donna ambiziosa che, come il figlio, era pronta a vendersi al miglior offerente. Non mi piaceva. La consideravo troppo viscida perché Brian potesse fidarsi di lei ma il mio amico non volle sentire ragioni e la sposò lo stesso.
Rimaneva ancora un ostacolo sulla via per la corona di Ard Rì e la riunificazione di Eire, ovvero il Meath, ancora governato da Màel Sechnaill. Per un po’, l’ex Ard Rì tenne testa a Brian impedendogli di utilizzare la sua flotta navale. Bloccò con dei ponti di fortuna il fiume Shannon, la via per la quale le navi di Brian Boru facevano le loro scorribande lungo i confini del Meath e del Connacht. Questa manovra gli dette il tempo di tentare di raccogliere più truppe possibili ma i suoi alleati erano pochi e non riuscì nell’impresa. Nell’anno 1002 d.c., sulla collina di Tara, la collina dei re dell’Eire, Màel Sechnaill si arrese definitivamente a Brian Boru che divenne, finalmente, all’età di sessantun anni, l’Ard Rì, il Sommo Re di Eire.
-Non è ancora finita, Khalàd-, mi disse una sera a Dublino, mentre passeggiavamo all’aperto, nei giardini del palazzo reale. –Domino tutta Eire ma i signori dell’Ulster rifiutano ancora di riconoscere la mia autorità.-
-Non puoi perdere tempo, allora. Piegali immediatamente o potresti trovarti una spina nel fianco nel momento in cui dovrai affrontare i Vichinghi, quelli veri.-
-Si. Devo fare in fretta.-
-Fece in fretta? Non ricordo questo passo della storia-, mi domanda mia nipote un po’ in confusione.
-Se per fretta intendi dieci anni, allora si, fece in fretta-, commento ridendo. –Alla fine, però, riuscì a sottomettere anche l’Ulster e il suo potere fu consolidato su tutta l’Irlanda.-
Durante la guerra con l’Ulster, Brian non poteva disinteressarsi del resto del regno appena conquistato così pensò bene di disseminarlo di controllori piuttosto particolari. Diede forza alla chiesa di Eire e fece costruire molti monasteri e chiese in tutto il paese, assicurandosi l’amicizia di quella potente istituzione, quindi del popolo. Usò la stessa strategia per forzare la resistenza che aveva trovato nella provincia ribelle e insediò il comando religioso ad Armagh, che divenne da quel momento la sede centrale del cristianesimo sull’isola. Negli annali di quella città, come atto di riconoscenza, o di servilismo, Brian Boru non viene definito Ard Rì ma Imperatore di Eire.
-Era davvero volubile la Chiesa, a quel tempo-, commenta Cristina con un certo disgusto.
-E’ vero-, concordai. –Me era anche un potente alleato per principi e re. Giocò sempre un ruolo fondamentale nella politica europea di ogni secolo.-
Màelmorda, re di Leinster, si era sottomesso a Brian ma in realtà non aveva spento la sua indole ribelle e, in segreto, intrecciò i fili di una nuova alleanza che comprendeva, questa volta, anche i Vichinghi insediatisi nelle isole Orcadi e sull’isola di Man. Inizialmente, Brian fu costretto a ripiegare nel Munster per raccogliere le sue forze ma le province che si erano sottomesse a forza, come Connacht e Ulster, rifiutarono di dargli totale appoggio contro il ribelle, il quale si era assicurato nuovamente l’appoggio del voltagabbana Sigtrygg.
La battaglia decisiva si svolse nell’Aprile del 1014 d.c., a Clontarf, a nord di Dublino, e vi presi parte anch’ io, stavolta attivamente. Brian Boru aveva settantatre anni e temevo che non potesse reggere il comando di un’altra battaglia. Serviva qualcosa che rompesse gli equilibri e quel qualcosa ero io. Tuttavia, nel momento stesso in cui fu suonata la carica e gli eserciti iniziarono ad avanzare uno contro l’altro, io, che ero al fianco del mio amico ed allievo, venni colpito dalla familiare sensazione che mi ordinava di andarmene.
-No!-, ringhiai tenendomi lo stomaco. –Non ora!-
-Che ti succede, Khalàd? Stai male?- mi domandò l’Ard Rì dall’alto del suo cavallo.
-Non è niente. Stai tranquillo, Brian. Sarò della battaglia.-
Feci ricorso a tutto il mio autocontrollo e finalmente il senso di disagio si placò e io potei correre a combattere. Uragano già cantava nella mia testa la sua potente canzone.
La battaglia fu dura e sanguinosa e io uccisi molti uomini, ma fu solo nel tardo pomeriggio che le cose volsero al peggio. Brian, stremato dalla fatica e dall’età, era circondato da molti avversari e io ero troppo lontano da lui per aiutarlo. Lo vidi cadere trafitto da molte spade che si piantarono nel suo corpo… e nel mio cuore.
Con le lacrime agli occhi mi disinteressai degli avversari che avevo di fronte ed iniziai ad avanzare verso gli uomini che ora si stavano divertendo a martoriare il corpo del grande re. Mentre camminavo raccoglievo l’energia della luce e mi caricavo per l’imminente combattimento. Richiamai anche lo spirito del leone e quando giunsi sul luogo del misfatto, il campo di Clontarf conobbe la rabbia e la vera potenza di Khalàd di Uruk, il guerriero immortale. Mi lasciai ferire di proposito, senza reagire, e quando i nemici videro le mie ferite rimarginarsi, il terrore li paralizzò e mi rese la cosa ancora più facile. Li feci a pezzi uno dopo l’altro e continuai con coloro che stavano combattendo intorno, finché attorno al corpo del povero Brian non ci fu più nessuno. Mi inginocchiai accanto a lui e piansi per l’uomo che avevo visto crescere e diventare una leggenda.
La battaglia fu persa ma Màelmorda non ottenne il titolo di Ard Rì. Nessuno dei re minori lo volle come Sommo Re. Il trono tornò a Màel Sechnaill, seppure per breve tempo.
-Una narrazione molto frenetica. Sembra una cronaca di giornale più che la storia della tua vita passata.-
Mi misi a ridere. –Hai proprio ragione. Ma la riunificazione dell’Irlanda fu un evento che interessò in realtà pochi anni e molte cose accaddero. Nessuno dei tre contendenti voleva mollare la presa sull’isola, anche se Sechnaill parve subito il più debole. Il confronto tra Brian Boru e Màelmorda fu molto aspro e frenetico. Io ti ho parlato di anni, di date. In verità non passava mese che non ci fosse una qualche scaramuccia.-
-Ma quale unità d’Irlanda? Secondo i miei calcoli, l’isola fu davvero unita sotto un’unica autorità per due soli anni-, mi fa notare Cristina.
-Due anni che hanno segnato l’intera Storia del paese. Per la prima volta gli irlandesi scoprirono che potevano essere uniti e questo fu un fatto che rimase impresso nella loro memoria per sempre. Cosa lasciò Brian Boru all’Eire? La consapevolezza di essere una nazione.-
-Cosa facesti dopo?-
-Dopo aver seppellito Brian, proprio a Clontarf, stetti un po’ con i druidi, tra i quali ero sempre ben accetto, e dopo aver sbrigato una certa faccenda con Sigtrygg Barba di Seta lasciai quell’isola meravigliosa.-
-Che faccenda?-
-Come sai, fin dai tempi dell’avvelenamento di Tuthankamon, in Egitto, detestavo i traditori e il re di Dublino era stato piuttosto fastidioso con il suo continuo cambio di bandiera.-
-Lo uccidesti?!-
-Un assassinio di cui non mi pentii mai. E non solo. Trascinai fuori dal palazzo sua madre, la vedova di Brian, anch’essa rea di tradimento, e la portai in un monastero sperduto tra le montagne ordinandole di restarci. Minacciai persino le monache che, se non l’avessero tenuta li, sarei tornato a devastare il monastero.-
-Hai minacciato delle monache?! Ma non eri stato monaco anche tu?! E poi lo dici come se avessi fatto la cosa più naturale del mondo!-
-Vero. Ogni volta che ripenso a quell’episodio divento subito di buon umore. Non sopportavo quella donna e costringerla a reprimere i suoi appetiti in fatto di potere… e di uomini, era davvero appagante.-
-E le minacce?-
-Solo scena, naturalmente. Se anche fosse rimasta in quel posto un solo anno, sarebbe stato tempo speso bene a meditare sui suoi peccati.-
-Una vendetta davvero sottile, nonno-, commenta mia nipote divertita. –Hai qualcosa da mostrarmi di quegli eventi?-
-Un oggetto che per me ha un grande significato.- Prendo dalla cassa che contiene i cimeli medioevali un sacchetto di velluto giallo e lo svuoto sul palmo della mia mano. Ne esce un semplice anello d’oro e lo porgo a Cristina. –L’ho fatto io. Era un regalo per Brian. Porta impressi alcuni simboli di potere celtici e cinque stelle unite tra loro da un unico filo, rappresentanti l’unione dell’Eire. Lo ripresi dal suo corpo poco prima di seppellirlo, per avere almeno un ricordo di lui.-
-Doveva essere un uomo dalla grande personalità se ti era così caro.-
-Lo era davvero-, rispondo con una vena di tristezza.
-Dove ti portò il destino quando lasciasti l’Eire?-
-Negli anni in cui feci da osservatore alle imprese di Brian Boru non rimasi inoperoso. Iniziai a tracciare alcuni disegni sulla pergamena. Schizzi e idee che mi sarebbero serviti entro breve tempo.-
-Che cos’erano quei disegni?- mi chiede Cristina, curiosa come un furetto.
-Erano i disegni, i progetti, della mia ultima spada. Sentivo che il tempo di dare a Uragano la sua veste finale era ormai giunto.-